Chiesa di S. Michele Arcangelo
La Chiesa di S. Michele Arcangelo, comunemente detta S. Angelo, per reperti archeologici di antichità classica, per l’arte in essa contenuta e per il periodo storico nel quale fu costruita, è la più antica e importante non solo di Vittorito, ma dell’intera Valle Peligna. E assai difficile stabilire con precisione la data di costruzione della chiesa perché in essa attraverso i secoli si sono intrecciati e sovrapposti particolari architettonici tipici di epoche diverse.
La parte più antica si fa risalire al VII - IX secolo, costruita si suppone da Longobardi, considerando importanti reperti archeologici e la dedicazione all’Arcangelo S. Michele, per il quale i Longobardi avevano una grande devozione e ne diffusero il culto dovunque arrivarono considerandolo guerriero, difensore, patrono speciale, mettendone addirittura l’immagine sui loro vessilli.
I Longobardi il 13 Aprile del 568, lunedì di Pasqua, dopo secolari migrazioni attraverso l’Europa, dall’Austria dove si trovavano da una quarantina di anni, si diressero verso l’Italia, guidati dal re Alboino, attraverso il Friuli.
Devastato il Veneto, arrivarono a Milano, conquistando i territori della regione che fu chiamata Longobardia, e mano mano arrivarono nelle nostre contrade spingendosi fino alla Calabria e fondando due Ducati quello di Spoleto e quello di Benevento. Troviamo i Longobardi con un insediamento di 28 famiglie a S. Benedetto in Perillis, posizione strategica, dalla gola di Tremonti all’altopiano delle Rocche, con resti di arte longobarda ben visi bile; nel portale della chiesa uno stemma scolpito a “intreccio” e nell’interno decorazioni delle cornici con fiori, piccole croci, fregi geometrici tipici della scultura longobarda.
A Vittorito la Chiesa di S. Michele fu costruita all’uscita dell’abitato, su di un crocevia, punto di convergenza e passaggio obbligato e secondo la usanza longobarda abbastanza vicino alla sorgente di acqua sulfurea ubicata lungo la strada che porta a Raiano, ora andata purtroppo perduta in seguito a lavori di sondaggio.
Si supponeva dalla tradizione popolare e dagli archeologi, che la Chiesa fosse stata costruita sui resti di un tempio pagano.
Questa supposizione è diventata realtà. Infatti durante i lavori eseguiti nel 1970 dalla Sovrintendenza alle Antichità e Belle Arti d’Abruzzo, sotto il pavimento della Chiesa liberato dalle sovrastrutture mediante impegnativi lavori di sterro, sono venuti alla luce basamenti di un antico tempio pagano, di età imperiale del I e II secolo dopo Cristo.
A nostro avviso si tratta della parte centrale del tempio, cioè della “cella” che conservava il simulacro del culto, a forma rettangolare con l’ingresso sicuramente su uno dei lati brevi.
Doveva essere un grande tempio, su una ampia zona pianeggiante, sostenuta ad oriente da un muro lungo una cinquantina di metri costruito ad “opus reticulatum” in “opera cementizia” con pietre e ciottoli in malta molto dura e in “opera incerta”.
Oggi il muro è poco visibile, coperto da una moderna gradinata costruita dal Comune negli anni 1982-83, all’opposto e in contrasto con la ricchezza architettonica della Chiesa.
Proprio sulle mura perimetrali della antica cella sono state erette in epoche medievali le navate interne dell’attuale chiesetta che risulta così a forma quasi quadrata, senza abside che sporge dal presbiterio e divisa in tre navate sorrette da eleganti e nudi pilastri a piedritti di conci regolari con semplici basi e collegate da tre conci o gole all’imposta delle archeggiature ogivali a destra (a sesto acuto, gotico), e a tutto sesto (semicircolare, romanico), a sinistra, realtà che costituisce un caso architettonico molto raro, aperto a tendenza radiale, e derivato da costruzioni di epoche diverse per rifacimenti eseguiti in seguito a terremoti oppure ad alluvioni provenienti dalla sovrastante collina, dove ancora signoreggiano i ruderi del castello medievale.
Il parametro della facciata orientata è formato da conci ben connessi ed amalgamati, cui il tempo e il sole hanno conferito una patina particolare; in essa in basso, si aprono due finestrelle in pietra, rifinite nella parte bassa, sul davanzale, con blocchi provenienti molto probabilmente dal coronamento del podio del tempio pagano, e un portale pure in pietra, sull’architrave del quale fra altre scritte illeggibili perché abrase e ritagliate, tra una incisione a caratteri gotico-longobardi e una incisione a caratteri rinascimentali molto importante per la data 1405 si riesce appena a leggere:
A.D. DEO M.... IOHS DE... A.D. MCCCCV COLA AMICI FECIT CAPPELLE... SC... NICOLAI MARIA
Nelle parole COLA AMICI, alcuni hanno visto il nome di Cola dell’Amatrice, il noto pittore architetto Nicola Filotesio, nato ad Amatrice verso il 1480, o forse prima secondo altri storici e morto nel 1559. La data riportata nel portale è anteriore alla nascita del Cola, e quindi non può riferirsi a lui. Si può opinare che l’architrave faceva parte di uno degli altari interni della chiesa e poi in seguito usata nel portale.
Tutta la zona circostante la Chiesa ha importanza archeologica.
Nel 1854 in occasione di uno scavo, si trovò un pavimento in mosaico bellissimo insieme a molte mensole di pietra lavorata, a circa 20 palmi di profondità. Purtroppo per l’opposizione di un confinante che vedeva messa in pericolo una sua proprietà, lo scavo fu interrotto e il tutto fu rincalzato.
In un orto vicino la Chiesa si trovarono, sempre in occasione di scavi, una colonnetta di circa quattro pollici di altezza e molte pietre rotte con incise lettere dell’alfabeto.
Nella parte orientale della chiesa si trova un secondo ingresso di nessun interesse artistico, insieme a locali usati per sacrestia e per deposito.
Il campanile in “stile gotico”, è della fine del secolo scorso, rimasto nella parte superiore incompleto nel rivestimento, come avvenuto nella inferiore. Queste mura della parte orientale, conservano inserite, iscrizioni, lapidi funerarie e una grande pietra circolare che, ad immagine del sole, manda raggi intorno intorno e che fu sicuramente base di una colonna.
Una lapide posta all’angolo del muro porta questa iscrizione:
C • LARONIUS • L FAVOR LARONIAE • > • L THYNDARIDI
Si tratta di un cippo funerario:
C LARONIO FAVORINO LIBERTO DI C(caia) A LARONIA LIBERTA DI C(caia) TINDARIDE
Un’altra lapide funeraria incassata nello stesso muro porta questa iscrizione:
L SARIO L FIL SER FELICI DECURIONI CORFINIENSIUM IUVENI INC QUI VIXIT ANNIS XXX MENSIBUS VI DIEBUS X L SARIUS FEL1X PATER ET PONTIA IUSTINA MATER FILIO PIISSIMO ET L SARIUS IUSTINUS FRATER ET SARIA FELICU LA SOROR POSUERUNT L.D.D.D.
che va letta così:
L(ucio) Sario L(uci) fil(io) Ser(gia tribù) Felici De curioni Corfiniensium iuveni inc(omparabili) qui vixit annis XXX mensibus VI diebus X L(ucius) Sarius Felix Pater et Pontia Iustina mater filio piissimo et L(ucius) Sarius Iustinus frater et Saria Fel cula soror posuerunt.
L(ocus). D(atus) D(ecreto) D(ecunionum)
È una lapide funeraria a ricordo di un giovane di trenta anni, sei mesi e dieci giorni, da parte del padre, della madre, del fratello e della sorella con decreto dei Decurioni. La lapide, circondata da una bellissima cornice, è lunga m. 1,35 e alta m. 0,38. Le lettere sono separate da punti a triangolo e da “hedere distinguentes” e sono alte cm. 4,5 al rigo 1, cm. 3,5 ai righi 2-5, cm. 6,5 al rigo 6.
Giustamente, è stato detto che la povertà e la frammentarietà della veste esterna della Chiesa non lasciano prevedere il pregevole interno e i preziosi cimeli di arte alto-medievale che conserva.
All’interno, sulla parte sinistra, proprio di fronte al secondo ingresso, si apre un bellissimo arco ogivale con affreschi raffiguranti una figura intera di S. Sebastiano e frammenti di un S. Cristoforo.
Non considerando la parte architettonica meravigliosamente armonizzata con gli ultimi ritrovamenti in seguito ai quali il pavimento è disposto su due piani, più alto della navata centrale, più basso delle navate laterali congiunti dinanzi all’ingresso, l’interno della chiesa sembra spoglio, mancando anche il presbiterio ed il transetto.
L’attenzione però si accentra subito sul tabernacolo gotico appoggiato sul fondo della navata centrale sovrastante l’altare basilicale, costituito da due robuste colonne rotonde davanti e due colonne ottagonali dietro addossate al muro che sostengono la volta a crociera del tabernacolo rafforzata da potenti costoloni prismatici, delineati e modellati nello slancio ascensionale, e completamente decorati, con pregevoli affreschi quattrocenteschi.
Le colonne e i pilastri hanno basi con foglie protezionali e capitelli stranissimi e dissimili che manifestano la stessa originalità di quelli del Ciborio di S. Clemente a Casauria. La copertura, a costoloni, è decorata nelle vele con le figure a mezzo busto dei quattro evangelisti; le pareti esterne laterali raffigurano quattro santi in piedi fra i quali è facile riconoscere S. Caterina d’Alessandria dalla ruota dentata con la quale venne martirizzata: il lato frontale raffigura una Annunciazione molto ben conservata: dall’angelo parte come un raggio di luce e lo Spirito Santo sotto forma di colomba va verso la Madonna con un libro aperto in mano: rappresentazione tipica abruzzese.
Le pitture quattrocentesche del tabernacolo presentano un’unità di lettura che fa presumere un unico autore.
La parete absidale prende luce nel mezzo da una finestrella ai lati della quale sono dipinti un "Ecce Homo" e un "Cristo in mandorla", sormontati ognuno da un angelo ceroferario che volge lo sguardo ad un medaglione centrale con una testa di Cristo.
Resti di affreschi di una raffigurazione della Madonna in trono con il Bambino che regge un globo e angeli che si trovano a sinistra dell’altare sono di epoca anteriore, essendo stata quasi dimezzata la pittura per far posto al tabernacolo.
Un modesto tabernacolo è in fondo alla navata di destra, costituito da due muretti ai quali si appoggia un volta a pianta rettangolare sorretta da una cordonatura ogivale di grosso spessore, con tracce di affreschi.
Alla parete di destra sono conservate due lastre dell’VIII secolo, una di ambone e un’altra di recinzione presbiterale.
“I due frammenti riferibili all’VIII secolo, presentano un interesse tutto particolare perché tali testimonianze se non sono molto rare, assumono qui un valore eccezionale per l’inconsueta raffigurazione della lastra più piccola di m. 0,84 x 0,52 che mostra un’aquila nell’atto di prendere il volo stringendo fra gli artigli un animale, probabilmente un agnello. Sopra l’aquila sta una grande croce greca contornata da intrecci viminei e fiori. Sulla costa del pluteo sono incise le lettere della parola URSU, ad indicare il nome del lapicida. Da notare che il fenomeno dell’apparizione della firma degli artisti è caratteristico principalmente dei secoli VII -VIII”.
Il pannello di pulpito è costituito da una lastra di pietra di cm. 0,72 x cm. 0,97 scolpita con motivi caratteristici composti da nastri e due solchi intrecciati su tre ordini di nodi regolarmente disposti e intramezzati da piccole foglie, fiori, frutti e figure a forma di cuore.
La lastra ha caratteristiche con un frammento di ambone dell’VIII secolo, conservato nel Museo del Castello di Milano, e documenta la derivazione longobarda di questo genere di decorazione caratteristica del periodo longobardo anche nella zona abruzzese.
Questi due reperti archeologici sono un esempio rarissimo di arte “longobarda”. Peccato che il volume “Arte sacra in Abruzzo” stampato in occasione del XIX Congresso Eucaristico Nazionale che si tenne a Pescara dall’11 al 18 settembre del 1977, a pagina 44-46 parlando di S. Angelo di Vittorito, con superficialità che fanno perdere al volume il pregio che anche la veste tipografica gli vorrebbe dare, nega e si prende gioco di quanto affermato su questo importante reperto archeologico, dalla parola “URSU” alle zampe dell’aquila prese come una “u”, alla negazione del grammatico Ursu che nel IX secolo, tenne scuola a Benevento.
Un pezzo di marmo bigio quadrilatero, di m. 0,79 x 0,45 con lettere di cm. 5,50, posto alla navata destra, porta questa scritta:
HANC ANTONI ARAM STATUIT TIBI DIVE IONNIS PASQUALIS BINI SIS MEMOR VTQ. SUI. IDXXXX
Doveva far parte di un altare in onore di S. Antonio; infatti la scritta dice:
"questo altare dedicò a te, o S. Antonio, Giovanni, affinché tu sia memore di Pasquale Bini e di se stesso.
Un altro altare aveva questa iscrizione nello zoccolo:
A.D. MCCCCCXXXII. NICOLAUS. PANGRATII. CONSTRUERE. FECIT. OPUS. CAPPELLE.
“In magazzino, dovevano esserci molti frammenti di basi e capitelli che forse facevano parte di un terzo ciborio in fondo alla navata di sinistra, altri capitelli più grandi e basi della stessa misura sembra componessero l’ambone”,
come riferisce il Gavini nella “Storia dell’architettura in Abruzzo” volume secondo pagg. 222- 223.
Oggi ne rimane solo qualcuno.
Le severe capriate delle navate centrale e laterali non sono che travi a “vista” risalenti al rifacimento del tetto e alla demolizione della volta, avvenuta nel 1952 per opera della Sovrintendenza alle Antichità e Belle Arti d’Abruzzo.
Gli affreschi, deturpati dal fumo delle candele, furono restaurati e ripuliti nel 1941 dal pittore Luigi Rosmini di Milano; un altro intervento di rimozione di fissativo del 1941, di pulitura, di consolidamento e di stuccatura, è stato fatto dalla Ditta Benelli Lascialfari Villard di Pisa nel 1986; tutti e due per intervento della Soprintendenza alle Belle Arti.
Il ritocco pittorico è stato inteso come intervento atto a chiudere cromaticamente le perdite non in modo imitativo o comparativo dell’opera originaria ma differenziato da questa. E stata seguita una rigorosa astrazione cromatica che però rispetta l’identità di effetto, ridando al tutto splendore di colore, pur recando il segno inevitabile dell’età sua, che gli conferisce la preziosa, stanca, sommessa bellezza dell’opera discesa per il natural declino del tempo all’attuale aspetto, che con le provvidenze arrecate si considera fermato da ulteriori diminuzioni di contenuto.
Durante gli ultimi lavori di restauro, è stato ripristinato l’altare basilicale con una mensa antica formata da una pietra di m. 1,15 di lunghezza, di cm. 0,44 di larghezza e di cm. 0,6 di spessore.
Nella facciata davanti dell’altare è stato incorporato un capitello corinzio, alto cm. 0,90 e largo cm 0,68, proveniente da edificio dei dintorni, che ben si adatta alla nuova situazione.
Fino alla legge napoleonica che proibì i cimiteri nell’ambito dell’abitato, la chiesa di S. Angelo, fu adibita a cimitero. Due importanti documenti conservati in archivio, hanno la sciata la condizione della chiesa in simile situazione.
“Le tombe erano fossi che ricettavano morti a guisa di carcame, e le rispettive coperture altro non erano che pietre del tutto inadatte. La navetta a sinistra del fabbricato era riservata ad uso di ossario ed ivi venivano ammucchiati gli scheletri umani che dopo al quanti anni si toglievano dalle tombe per preparare spazio ad altri, e quelle ossa miste a stracci presentavano uno spettacolo di terrore, una scena raccapricciante. Il tetto della chiesa formato di tavole fuori uso, avanzi di casse mortuarie dissepolte, contribuiva al massimo grado a dare l’aspetto di un luogo da fuggirsi, e molti cittadini per ribrezzo evitavano passare per la via adiacente; il popolino aveva già inventata la storiella di spettri e fiammelle veduti nell’ossario e di notturni funzioni cantate dai morti redivivi. Causa la pessima condizione del tetto le acque piovane colavano dappertutto; spesso le tombe servivano da pozze perché male condizionate, ed in queste si fondevano acqua, cenci, vecchi avanzi di casse mortuarie, ossa ed altro, per regalare al paese un mefitico puzzo tanto nauseante da ammorbare ogni uomo sano; dovendosi essere grati alla elevata posizione topografica del paese, se qualche male infettivo risparmiò far visita a questi cittadini”.
“All’entrata ti senti mutato in un altro; i pensieri ti abbandonano, ed ecco il perché: or qua or la una pietra variamente intagliata e come a ghirigori; qualche altra con arme gentilizie dei brut ti tempi, divenute mute come i signori di cui erano; le mura scrostate affatto simili agli scheletri accalcati nel cimitero dilato ad oriente; non soffitto, non volta: tutto insomma ti parla di rovine passate e recenti, di morte”.
Tale situazione non poteva continuare ad esistere.
La chiesa cimitero fu prima chiusa al culto, i cadaveri furono seppelliti nel nuovo cimitero. L’ultimo ad essere sepolto in S. Angelo fu il bambino di 3 mesi Domenico Di Giambattista Pace il 5-9-1894.
Ad iniziativa della Congregazione di Carità si cominciò a far fronte alle spese con piccoli stanziamenti nei bilanci delle Opere Pie; furono fatti i tetti, abbattute e piene di terra le tombe e ricostruito un lato della chiesa che minacciava di cadere.
Alla Congregazione di Carità si unì una commissione di egregi cittadini che riuscirono a tramutare la Chiesa cimitero in Chiesuola modello, con costruzione della volta, del pavimento nuovo di piastrelle e per dare luce e fugare l’umidità, furono aperte due finestre nella parte di mezzogiorno, in una parola fu ornata la Chiesa quale si voleva dai credenti per essere aperta al culto e per essere quel luogo un pio ritrovo di credenti per tributare una prece ai loro cari trapassati.
Lavori di manutenzione sono stati sempre fatti, ed attualmente la chiesa è una delle più belle della Valle Peligna.
A coronamento delle manifestazioni fatte per la celebrazione dei cinquecento anni della Chiesa della Madonna del Borgo, sono state elettrificate le due campane che dominano il paese dall’alto del campanile.
Nell’opera del Cardinale Antonio Tosti, “Relazione dell’origine e dei progressi dell’Ospizio Apostolico di S. Michele in Roma”, stampata nel 1832, a pag. 25, tra i documenti pubblicati, riporta anche la bolla del Papa Sisto V “Postulat ratio” del 6 settembre del 1578, con la quale, in favore dei poveri che si aggiravano nelle vie di Roma, istituì un ospizio-ospedale dedicato a S. Michele. Con la bolla stabiliva anche le rendite per sostenere le spese per il mantenimento sia dei poveri che degli amministratori e dei quattro cappellani che svolgevano la loro opera nell’ospedale.
Fra le rendite viene inclusa anche quella di altari esistenti nella chiesa di S. Angelo in Vittorito, vacante per la morte del Sac. Silvestro Angelico.
La bolla dice:
“Altaria Sancti Angeli de Virturito Oppidorum, seu locorum Valuensis dioecesis per q. Silvestri Angelici obitus vacantes, qua rum quinquaginta ducat. auri de camera fructus, reditus, et pro ventus secundum communem aestimationem valorum annum non excedunt, eidem hospitali, et illius cappellae pro pauperum subventione, et cappellanorum illius congrua sustentatione perpetuo univimus, et incorporavimus, prout in diversis nostris desuper con fectionis litteris latius continetur”.
Piace chiudere le notizie riguardanti la chiesa di S. Michele Arcangelo, pensando che parte delle sue antiche rendite, contribuirono al mantenimento e alla cura dei poveri di Roma. Corfinio, e quindi anche Vittorito, diede aiuto ai Romani in difficoltà.
Vittorito dopo diversi secoli e in maniera diversa, diede aiuto ad altri Romani in difficoltà.